Report Albania

SHQIPEIRA

Un altro viaggio, un’altra spedizione, ma questa volta in un Paese dove i preconcetti vivevano dentro ognuno di noi: 12 italiani più due acquisti stranieri, Etienne e Oscar.

Meta: fiumi albanesi. Del resto dell’Albania sapevamo molto poco, o meglio, sapevamo quello che i canali d’informazione hanno voluto mostrarci.

Si parte la sera del 24 aprile dal porto di Bari.

Sul traghetto siamo tra i pochissimi italiani, la maggior parte sono albanesi di ritorno in patria; è un’occasione osservandoli per iniziare a farsi un’idea di quello che troveremo la mattina seguente quando arriveremo a Durazzo. La nave attracca, io e Alessandro siamo fuori sul ponte, si scorgono in lontananza case fatiscenti. Si commenta. Tre bambini scavalcano una recinzione si avvicinano alla nave, elemosinano qualche centesimo, c’è chi lancia qualche spicciolo, impietosito… l’idea che ci facciamo è di essere tornati indietro nel tempo, fotogrammi della nostra Italia degli anni cinquanta, i racconti dei nostri genitori diventano immagini proiettato nel presente: benvenuti in Shqipeira.

Espletate le formalità doganali usciamo dal porto, fuori ad attenderci Ilir, la nostra guida, accompagnata dagli autisti dei furgoni, carichiamo canoe e bagagli e via verso la prima meta: il Kir. Arriviamo verso le quattro del pomeriggio dopo una lunga strada sterrata, la voglia di entrare in acqua è tanta, decidiamo di imbarcarci nel tratto alto, 3 km. di acqua cristallina, belle rapide. Sbarco al campo i furgoni sono lì ad attenderci. Ci prepariamo per passare la notte, montiamo le tende, e prima notte stellata albanese in riva al fiume.

Il mattino seguente sono svegliato dal muezzin del villaggio adiacente al nostro campo (in Albania, l’80% della popolazione è musulmana, ma non troppo osservante, infatti la sensazione che si respira è che la religione non sia una presenza così ingombrante).

Sveglia di gruppo, preparativi e imbarco per il tratto basso: più difficile e a tratti insidioso. La conferma avviene quando Dora (unica ragazza del gruppo ma decisamente determinata e con grandi attitudini canoistiche) si rovescia in un buco, le lancio la corda, lei è a riva ma non riesce a trattenere la canoa che si infila in un sifone qualche metro più avanti più a valle.

Proseguiamo la nostra discesa tra rapide, qualche saltino e toboga naturali. Sbarco, si caricano i kayak, direzione Tirana dove trascorreremo la notte in un ostello.

Attraversando la città ci rendiamo conto di quante incongruenze contenga la capitale: la voglia di riscossa sociale della popolazione cozza con l’ambiente circostante. Palazzine in costruzione ma sembrano terremotate, edifici coloniali di bellezza infinita, imbruttiti dai motori dei condizionatori, parabole, pali della luce sovraffollati di fili accatastati senza senso…in compenso la gente ci sembra tranquilla e abbastanza felice, per niente stressata.

Al mattino il ritrovo è alle otto, il tempo di mangiare un Byrek (pasta sfoglia ripiena di formaggio) e via, destinazione Valle del Devol. Man mano che ci allontaniamo dalla città la povertà diventa sempre più tangibile, case senza nessuno stile, regola o forma: tutti inventano copiando le abitazioni a volte europee a volte orientali, ma tutte sono accomunate dalle stesse caratteristiche: nessuna è finita.

Il viaggio continua, arriviamo sul Devol. L’impressione che abbiamo dalla strada vedendo il fiume non è delle migliori: immondizia ovunque. Ci accampiamo per passare la notte, ormai è pomeriggio inoltrato, ma alcuni di noi decidono di imbarcarsi nel tratto alto… si rivelerà una cattiva idea, pagaiata in mezzo all’immondizia e cadaveri di animali. Brutta idea!!

Il mattino seguente di discute se imbarcarci nelle gole, l’acqua è tanta, di volume, sarebbe una bella cavalcata ma l’esperienza del giorno prima inibisce le nostre scelte…..briefing:la maggioranza decide di scendere, tutti in acqua!! Il fiume scorre veloce, belle rapide di terzo con una finale di classe quattro, prima dell’impraticabile .titubanti per il colore dell’acqua, ma alla fine tutti contenti, scelta azzeccata.

Velocemente carichiamo, ci attendono almeno sei ore di furgone prima di arrivare nella magica valle del Langarizza. Il viaggio è lungo, e dai furgoni abbiamo tutto il tempo per osservare l’Albania: quella rurale, fatta di cavalli che trascinano l’aratro, gente consumata dal lavoro nei campi, ragazzini di dieci anni con la schiena curva ad aiutare i loro padri, l’Albania dei bunker (ce ne sono ovunque e più di 700 mila) fatti costruire dai cinesi su commissione del dittatore Oxha allo scopo di difendere i cittadini albanesi da una temuta invasione capitalistica e militare (anche italiana).

Dal finestrino osservo quante Mercedes ci siano in circolazione ma naturalmente non è il frutto di una ricchezza collettiva, le auto anche se molto vecchie sono le uniche che resistono in queste strade. Infine i minareti, parecchi.

L’arrivo a Perati è in serata. Perati era un avamposto militare degli alpini divisione “Julia” durante la tentata conquista albanese da parte di Mussolini.

Passiamo la notte in un simil-rifugio in costruzione, sotto la tettoia messa a disposizione dalla gentilissima padrona dell’”albergo”…

“Le cose belle, per goderle, vanno conquistate”: il Langarizza te lo devi guadagnare: canoe sui muli dei contadini locali e su per il sentiero, due ore di camminata e arrivo all’imbarco. La bellezza del Langarizza è indescrivibile, “il mio preferito” si entra in acqua e qui la prima sorpresa, l’acqua è tiepida. Entriamo nella gola, la bellezza è da togliere il fiato, acqua turchese, pareti verticali che a tratti sembra di essere in un abisso, pozze di acqua termale, un paradiso!

Si continua a pagaiare sul terzo grado, ma come in ogni spedizione che si rispetti non mancano gli imprevisti. Carlo si rovescia, spalla lussata. Oscar, “il fisioterapista ispanico” riduce il danno quasi immediatamente cosi che possa continuare ancora per qualche kilometro fino alla confluenza con il Vojussa. Metà gruppo sbarca, alcuni di noi decidono di proseguire la discesa.

Inizia il volume, volume, volume…prima rapida di quarto grado, Paolo si rovescia, dietro di lui c’è Alessandro che non riesce ad evitarlo, è così attratto dalla coda della sua canoa che vuole testare la resistenza della Diesel: buona canoa, un po’ meno la fronte di Ale. 4 punti di sutura all’“Ospedale” di Berat: Diesel batte Alessandro 4 punti a zero!!!

Il penultimo giorno di spedizione sarà dedicato all’ultimo spostamento veramente lungo, si va sull’Osum: una giornata intera per conquistarci l’ultima perla dell’Albania; facciamo molta strada, attraversiamo paesaggi incantevoli da lasciarci senza fiato, a cumuli di spazzatura dai pozzi di petrolio l’“Albania è il terzo paese dopo Gran Bretagna e Norvegia per importanza di estrazione in Europa” all’acqua cristallina dei fiumi montani. In fondo l’Albania è così piena di contrasti e contraddizione.

Arrivo a valle dell’Osum intorno alle otto di sera, cena e notte in “hotel”. Pagheremo 50 euro per 14 persone.

Ultimo fiume in Shqiperia: Osum. E’ il primo maggio, la festa del lavoro si osserva anche in Albania, la strada che porta all’imbarco è un fermento di famiglie in riva al fiume: padri che scuoiano i capretti, figli che preparano il fuoco e madri, zie, e cognate addette al tovagliame.

Mentre saliamo la mia mente vaga, riflette, ringrazia per l’opportunità che la vita mi ha riservato.

Vivere esperienze uniche, apprezzare la bellezza delle natura, condividere con ottimi compagni di viaggio tutto questo.

Ma torniamo al menù dei fiumi: il dolce è l’Osum. Arrivo all’imbarco, si scaricano i kayak e via cullati dalle onde. Osum, fiume di calcare, due gole in sequenza, molte cascate laterali, ambiente fiabesco, irreale!! Fiume facile mai superiore al terzo grado.

Vacanza finita, direzione Durazzo. I miei pensieri vagano nel ripensare ai giorni trascorsi, ai fiumi percorsi, agli episodi con i compagni degni del “Grande Fratello”.

Penso a Luca e a Simona che sono a casa che mi aspettano.

Penso alla mia vita, penso a tutto quello che ho, alle cose che possediamo se sono davvero poi così importanti…

Penso all’Albania, di un posto dove il tempo si è fermato, dove la gente è ancora umile, dove lotta con unghie e denti con dignità per conquistarsi le cose essenziali. Penso ai due bambini di 6 o 7 anni in un villaggio visti nelle montagne andare a scuola a piedi per 20 kilometri con le scarpe rotte e le maglie bucate.

Penso alle bellezze viste, alle meraviglie della natura che tolgono il fiato. Tutto questo è in Shqipeira: Albania.

Conclusioni finali: quello che avete letto a volte può essere il frutto di una percezione personale, di una suggestione o di uno sguardo personale più intimo.

Francesco Serratore

1 Risposta

  1. paolorosso@i-dika.com

    che figata l’albania!

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